«È una notizia che mi riempie il cuore. La cucina italiana è parte della nostra identità: non è solo cibo fine a se stesso, è famiglia, tradizione, ricordi». Antonino Cannavacciuolo, come noi, non trattiene l'emozione nell'apprendere la notizia che la cucina italiana sia diventata patrimonio dell'umanità. «Sapere che il mondo la riconosce come un tesoro da proteggere è una cosa grande, grande davvero» commenta lo chef tre stelle Michelin a Villa Crespi e giudice di MasterChef Italia, ma anche tra i sei cuochi - insieme a Massimo Bottura, Carlo Cracco, Davide Oldani, Antonia Klugmann e Niko Romito - che per primi hanno appoggiato il progetto della candidatura all'UNESCO firmando sei numeri monografici di La Cucina Italiana.
In questa intervista Antonino Cannavacciuolo racconta come ha festeggiato e cosa cambia, secondo lui, grazie a questo riconoscimento al quale, con il nostro direttore Maddalena Fossati Dondero che lo ha promosso, la nostra redazione sta lavorando da cinque anni.
Come ha festeggiato?
«Sempre alla stessa maniera: stando in cucina. Ho abbracciato tutti, uno per uno. Abbiamo preparato i nostri piatti della memoria per pranzo, quelli che ti fanno dire: “Oh, così si sta bene”, e ci siamo goduti il momento. No, non abbiamo fatto chissà quali feste, perché la nostra festa è cucinare insieme, lavorare insieme. E alla notizia del sì dell'UNESCO lo abbiamo fatto tutti con un bel po’ di orgoglio in più».
Cosa cambia ora per la cucina italiana, secondo lei?
«Cambiano le responsabilità. Ora siamo chiamati a fare ancora di più e meglio: a rispettare i prodotti, i territori, le tradizioni. La cucina italiana non può permettersi scorciatoie. Questo riconoscimento ci ricorda che quello che facciamo rappresenta un patrimonio culturale, non solo un mestiere».
Qual è la prima cosa cui ha pensato quando ha saputo della candidatura della cucina italiana a patrimonio UNESCO?
«Ho pensato a mia mamma e a mio papà in cucina. A quando ero bambino e rubavo il ragù dal pentolone. Ho pensato agli artigiani, agli agricoltori, agli allevatori, ai pescatori che sono gli artefici di tutto. Se non ci fossero loro, nulla esisterebbe. Ma ho pensato anche a tutte le nonne italiane che hanno insegnato a intere generazioni come si porta l'amore a tavola. La candidatura mi ha fatto tornare lì, alle radici».
Che ricordi ha di quel periodo in cui ha partecipato al progetto diventandone “testimonial” con La Cucina Italiana? Allora eravamo anche in pieno Covid. Ha pensato potesse essere una speranza?
«Eravamo in piena tempesta. Le cucine erano vuote, i ristoranti chiusi, c'era una sensazione di smarrimento. Appoggiare quel progetto con La Cucina Italiana è stato un modo per dire: “Non molliamo perché la nostra identità è più forte del momento”. Sì, è stata una speranza cui aggrapparsi, un segnale di fiducia. Anche questo è il potere della cucina italiana: unisce, anche quando tutto intorno sembra fermarsi».
Perché ha scelto di appoggiare la candidatura, di condividerla, di sostenerla?
«Perché la cucina italiana mi ha fatto diventare l’uomo che sono. Mi ha dato un mestiere, una passione, una famiglia di brigate, una vita intera. Era il minimo restituirle qualcosa. E poi, siamo sinceri: non esiste cucina al mondo che racconti un paese come fa la nostra».
Se le chiedo un piatto, un ricordo che racconti della cucina italiana patrimonio UNESCO?
«Uno solo? Difficile. Te ne dico uno che porto nel cuore: la pasta al pomodoro. Sembra semplice, ma è tutto lì: nella terra che profuma, nel sole che matura i pomodori, nelle mani che impastano e nella la tradizione che si tramanda. Un piatto perfetto nella sua essenzialità. È l’Italia nel piatto».
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