L’arte del vetro, il design più prezioso, l’eccellenza Made in Italy, tutto racchiuso in uno spazio che racconta una magia ultracentenaria. Molto più che una semplice apertura, il nuovo flagship store di Venini a Roma è un pezzo di storia che trova una nuova collocazione. Tra le architetture solenni e il respiro stratificato della capitale, il simbolo del vetro di Murano inaugura uno spazio di cento metri quadrati in uno dei contesti più esclusivi dello shopping romano, in via dei Due Macelli 64. È la quinta apertura monomarca nel mondo e la seconda in Italia con il nuovo concept architettonico. Un luogo che è insieme presidio culturale e dichiarazione estetica.
Qui la Laguna non è citazione: è sostanza. Il Rosso Venezia attraversa gli ambienti come un fil rouge identitario. I tessuti firmati Rubelli, personalizzati con texture ispirate al celebre motivo Balloton, amplificano il dialogo con la laguna. Tutto è estremamente coerente: Venezia non è decorazione, è struttura narrativa.«La venezianità di questo spazio è evidente, profondamente significativa», racconta Silvia Damiani, Presidente di Venini e Vicepresidente del Gruppo Damiani. «Il wallcovering in tessuto firmato Rubelli e personalizzato per Venini, il seminato veneziano, utilizzato come superficie principale per i pavimenti, tutto richiama la tradizione lagunare e dialoga con il vetro artistico Venini in un rimando diretto alle radici muranesi del brand».
Nel confronto ideale tra Venezia – culla della tradizione vetraria – e Roma, città eterna e crocevia di culture, lo store diventa spazio immersivo. Il concept architettonico interpreta l’essenza della maison attraverso la sinuosità del vetro soffiato, la purezza delle forme, la ricercatezza dei dettagli. Non poteva di certo mancare il seminato veneziano, superficie principale dei pavimenti, richiamo alla tradizione lagunare, mentre il vetro artistico sorprende, oggi come ieri. Le pareti materiche, neutre e continue, valorizzano i pezzi-chiave; gli specchi amplificano luce e profondità; ottone e bronzo satinato introducono riflessi caldi nelle strutture espositive, nelle librerie e nel desk di accoglienza. Il legno di ebano aggiunge contrasti sofisticati. Il vetro è naturalmente protagonista: dalle librerie in vetro artistico alle formelle retroilluminate di Gio Ponti, che collegano le aree del flagship come un passaggio simbolico tra epoche. Proprio davanti alla grande vetrata ispirata alla tecnica pontiana, Silvia Damiani si sofferma: «Personalmente amo molto questa vetrata, studiata sulla tecnica di Ponti. Lui inventò queste piastrelle già negli anni ’50, realizzandole con i materiali di scarto della lavorazione. Il fascino di creare bellezza, lì dove nessuno se la aspetta». Pagliette – le stesse usate per certi effetti “smedigliati” del vetro –, frammenti di cotisso, residui della fornace: tutto viene inglobato in piastre doppie che giocano con i colori. «È quasi un’opera d’arte casuale», spiega. «Ma l’artista può scegliere i colori, le tecniche, per esprimere se stesso. Qui è un gioco, anche una provocazione delle possibilità che questa tecnica può dare». È la versione sofisticata di un divisorio, ma anche una dichiarazione poetica: lo scarto può diventare linguaggio.
Entrare nel negozio Venini di Roma è come attraversare oltre un secolo di storia. Nel 1921 l’avvocato milanese Paolo Venini e l’antiquario veneziano Giacomo Cappellin fondano la “Vetri Soffiati Cappellin Venini & C.”. Con loro, fin da subito, l’artista Vittorio Zecchin come direttore artistico. È un’alleanza visionaria che rompe gli schemi tradizionali, apre alle avanguardie e valorizza il talento dei maestri vetrai di Murano. Nello stesso anno nasce il celebre vaso Veronese, divenuto simbolo dell’azienda. Da allora, oltre cent’anni di passione hanno custodito un patrimonio che affonda le radici nella cultura veneziana del 1200, fondendo saperi antichi ed estetica contemporanea. Creazioni eccezionali che sono entrate a far parte delle collezioni permanenti di musei della portata del Metropolitan Museum e del MOMA di New York, della Fondazione Cartier di Parigi, del Victoria and Albert Museum di Londra e delle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Il museo Venini, raccogliendo 45.000 disegni, 10.000 foto d'epoca e 4.000 opere d’arte, rappresenta il più prezioso archivio storico della vetreria artistica moderna e contemporanea.
Oggi Venini fa parte del Gruppo Damiani, che promuove nel mondo i valori del Made in Italy, della bellezza e del savoir-faire. «Sono lieta che Venini abbia raggiunto questo importante traguardo: una pietra miliare che apre le porte a un nuovo secolo di arte e design, innovazione e avanguardia creativa», afferma Silvia Damiani. L’apertura romana si inserisce in un piano di espansione retail globale che, dopo Dubai e Hong Kong, guarda al Middle East e all’Estremo Oriente. Roma è tappa chiave: culturale, simbolica, strategica.
Il percorso espositivo all’interno del negozio romano accoglie le collezioni più rappresentative. Le creazioni Art Glass celebrano la cultura muranese attraverso vasi iconici e nuove narrazioni come la collezione Snow, che esplora la purezza del bianco, (e tutte le sfumature del pantone dell’anno Cloud Dancer) in chiave poetica e contemporanea. Nel segmento del collectible design trova spazio Stele, opera disegnata da Arnaldo Pomodoro per Venini, realizzata con la Fondazione Arnaldo Pomodoro: un dialogo virtuoso tra arte e manifattura d’eccellenza. Accanto, le proposte Art Light mettono in scena la vocazione progettuale della maison. Lo chandelier Esprit accoglie i visitatori come una scultura sospesa, parte di una collezione modulare strategica per il contract di alta gamma – dall’hospitality al residenziale di lusso – che consolida Venini come interlocutore privilegiato per architetti e interior designer internazionali.
«Naturalmente in questo negozio ci sono tantissimi pezzi che hanno fatto la storia dell’azienda sennò non sarebbe un negozio Venini», sorride Silvia mentre ci accompagna nello spazio. C’è la zona dedicata a Peter Marino con i suoi Black Belt, i bicchieri “on the rocks” nati per il whisky ma reinterpretati con libertà. Ci sono le lampade di grandi maestri come Alessandro Mendini, le edizioni limitate di Emmanuel Babled dove anche lo scarto diventa ritmo e superficie. E poi la canoa, sottile fino all’estremo. «Per allungarla e renderla così fine servono circa due giorni di lavoro di un unico maestro. Il costo è dovuto ai tempi e alle rotture. Non è un pezzo caro, è un pezzo costoso. Sono due cose diverse». Dentro questa frase c’è il senso della manifattura: tempo, rischio, compromesso. Ci sono i conici declinati nel bianco e nel tortora, coerenti con un’eleganza senza tempo; la brocca Rigadin rivisitata; il trittico Re, Regina, Principe che Silvia ama regalare ai matrimoni; le lampade Fantasmino donate spesso ai neonati come piccoli portafortuna luminosi. E poi c’è Murana, figura femminile immaginaria che coniuga l’ironia e la progettualità di Fabio Novembre, accanto a suggestioni che evocano le muse metafisiche di Giorgio de Chirico.
Quando parla delle nuove generazioni, la voce di Silvia Damiani si fa più intensa: «Sono sempre più numerosi i figli dei Maestri Vetrai che decidono di seguire le orme dei padri. Giovani più attenti che scelgono questo mestiere, ne hanno capito la grande importanza e il valore. È un bene inestimabile, un tesoro di arte e cultura». È qui che il racconto diventa visione. Perché questo spazio romano non è soltanto una vetrina: è un ponte tra maestri e apprendisti, tra fornace e progetto, tra eredità e innovazione. Roma rappresenta un approdo e insieme una ripartenza. Un luogo dove la memoria non pesa, ma illumina. E mentre il Rosso Venezia vibra tra le superfici, mentre la luce si rifrange nei vetri e negli specchi, si comprende che questo flagship, così pieno di tesori così fragili e preziosissimi, è un atto d’amore verso la materia, verso il tempo, verso quella bellezza italiana che non smette mai di reinventarsi.























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