6 riedizioni di icone del design esplorano il labilissimo confine tra memoria e innovazione, ricordandoci che un'icona è tale solo quando continua ad abitare l’oggi e il domani.
Tra le parole più abusate nel mondo del design c’è forse icona. Un’icona del design, si dice. Ma cos’è davvero un’icona? Secondo l’enciclopedia Treccani, è una “figura o personaggio emblematici di un’epoca, di un genere, di un ambiente”. Un’icona, dunque, esprime lo spirito del suo tempo traducendolo in una forma e in una funzione. È anche un memento della circolarità della storia: il segno tangibile di qualcosa che è accaduto e che potrà riaccadere, una certezza che non cede alle tendenze proprio perché continua a ricordarci quanto il passato influenzi il presente.
Non stupisce allora che la fascinazione per le icone non conosca crisi: in un sistema che si capovolge alla velocità della luce sono un punto fermo, un modo per restare ancorati al reale. Ma sono anche la dimostrazione della capacità umana di pensare oggetti che trascendono barriere culturali, spaziali e temporali, parlando a tutte le latitudini.
Abbiamo selezionato 6 riedizioni di icone del design che ci ricordano perché avere un’icona in casa sia sempre una buona idea. Soprattutto quando tutto, fuori, sembra sgretolarsi.
1.P40 – Tecno
Disegnata nel 1956 da Osvaldo Borsani per Tecno, la P40 è forse uno dei casi in cui la parola icona coincide con la realtà dei fatti: mai uscita di produzione, attraversa settant’anni di storia conservando la propria radicalità. Più che una chaise longue, infatti, è un congegno domestico sofisticato: un sistema di elementi mobili imperniati su un piedistallo metallico che consente centinaia di configurazioni, dalla seduta eretta alla completa distensione, fino alla chiusura compatta.
Braccioli ribaltabili, poggiapiedi estraibile e testiera estensibile sono elementi che traducono l’idea modernista di comfort come meccanica intelligente, come architettura in miniatura capace di adattarsi al corpo e ai suoi tempi. E nel 2026, l’edizione limitata in velluto Dedar Adamo & Eva è sottolinea la sensualità delle sue curve. Oggi, P40 resta il manifesto ideologico di Tecno: la dimostrazione che l’innovazione tecnica, quando è autentica, non invecchia ma si sedimenta, diventando una forma stabile del nostro modo di abitare.
2. Regolo – Poltronova
Nel 1975, quando Gianfranco Fini disegnava Regolo per Poltronova, il design italiano stava iniziando a immaginare la casa come spazio flessibile, ibrido, quasi politico. Regolo traduceva questa tensione in un sistema di sedute modulari che era insieme arredo e microarchitettura: un reticolo a maglia quadrata, rigoroso e quasi ascetico, alternava pieni e vuoti integrando vani contenitori nei fianchi e nel retro. Il divano diventava così un elemento da porre al centro della stanza, un oggetto abitabile su ogni lato. Rivoluzionario.
Oggi, la sua riedizione mantiene intatta la grammatica costruttiva originale ma aggiorna i materiali — dal pino russo al frassino massello, fino ai rivestimenti in pelle, lino o lana riciclata — riaffermando la radicalità di un progetto che sfugge al razionalismo e che testimonia una stagione sperimentale di Poltronova, dove arte e design si contaminavano senza gerarchie. Riproporlo oggi significa restituire voce a una visione laterale e colta del progetto, capace di essere struttura e scultura.
3. CH621 Swivel Chair – Carl Hansen & Søn
Tra le oltre cinquecento sedute progettate da Hans J. Wegner, le sedie girevoli sono rarissime. È proprio questa eccezione a rendere la riedizione della CH621 da parte di Carl Hansen & Søn significativa: riportare in produzione, a oltre settantacinque anni dal debutto, un progetto del 1948 che testimonia l’attenzione pionieristica di Wegner per l’ergonomia scientifica. Sviluppata in dialogo con medici e fisiologi, la sedia nasce da uno studio preciso di inclinazioni e supporto lombare.
Oggi viene aggiornata con un cilindro a gas per la regolazione dell’altezza e una base a cinque rotelle che risponde agli standard contemporanei di stabilità. L’intervento è discreto ma sostanziale, preservando la purezza formale dell’originale e rinnovandone la funzionalità, oltre a dimostrare come l’equilibrio tra estetica e comfort, cifra del modernismo danese, sia ancora oggi sempre più necessario.
4. Seki-han – Flos
Progettata nel 1963 da Tobia Scarpa e rimasta a catalogo per pochi anni, Seki-han rinasce oggi grazie a Flos come un esercizio di alta manifattura e aggiornamento tecnologico. La piantana, composta da due pale lignee che schermano una fonte luminosa centrale, è un esempio della profonda poetica di Scarpa: il legno non è rivestimento ma struttura sensibile, materia viva che governa la luce.
La riedizione sostituisce il tubo fluorescente con una sorgente LED sviluppata ad hoc e introduce un sistema che consente alle lame di ruotare, modulando l’apertura e l’intensità luminosa. Anche le proporzioni cambiano, con un’altezza aumentata che ne slancia la presenza nello spazio. Non si tratta di una semplice riproduzione, ma di un’evoluzione che rende l’oggetto più interattivo e performante. Con un'idea: quella di preservarne l’anima artigianale e la dimensione quasi rituale evocata dal nome, ispirato al riso rosso giapponese portafortuna.
5. Schwob Table – Agapecasa
Lo Schwob Table nasce nel 1959 dall’incontro tra Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti per gli interni di Villa Schwob, capolavoro giovanile di Le Corbusier a La Chaux-de-Fonds. Prodotto allora in pochissimi esemplari e mai entrato in produzione industriale, il tavolo rimase a lungo un esemplare quasi leggendario, sopravvissuto solo in fotografie e disegni. La riedizione di Agapecasa restituisce oggi al mondo questo progetto raro, rispettandone proporzioni, logica costruttiva e materiali: struttura in alluminio lavorato con precisione e piani in marmi naturali.
Inserito nel contesto della Collezione Mangiarotti, Schwob Table è un oggetto concepito per un luogo preciso ma capace di esprimere un’idea universale di ordine e continuità: una soglia tra modernismo e contemporaneità.
6. Marcuso – Zanotta
Quando Marco Zanuso disegnava Marcuso tra il 1969 e il 1970, Zanotta era tra le prime aziende a sperimentare l’unione strutturale tra metallo e cristallo, trasformando una sfida tecnica in linguaggio estetico. Il tavolo, con struttura in acciaio inox e piano in vetro, diventava così un esercizio di leggerezza sospesa e precisione industriale. La riedizione ripropone la versione storica ma introduce anche nuove interpretazioni: strutture verniciate lucide in tonalità contemporanee - talco, canapa, alga, amaranto ed espress -, piani in marmo Calacatta o in MDF laccato ton-sur-ton.
L’introduzione del colore è intesa, qui, come una rilettura che amplifica la forza grafica del progetto: Marcuso torna così a raccontare la fiducia modernista nella tecnologia, dimostrando come l’innovazione costruttiva possa diventare, nel tempo, una memoria da conservare.
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