Nilufar Depot festeggia 10 anni. AD incontra Nina Yashar in occasione dell’anniversario, celebrato con una performance di Martino Gamper e un libro Nilufar Depot: The First Decade, che ripercorre le tappe di questo luogo unico, diventato dal primo istante una meta di riferimento della scena non solo milanese, ma mondiale. Questa tappa storica è anche un’opportunità di tracciare un percorso che mescola autobiografia e analisi dell’evoluzione del design globale, attraverso gli occhi e il cuore di Yashar, la quale, in oltre quarant’anni di attività, ha saputo trasformare l’estetica domestica attraverso il suo fiuto inesauribile sulla bellezza e il valore di autori di ieri e di domani. Una vera voce dal futuro.
La mostra La rosa nel tappeto nel 1979, le rigorose rivoluzioni di Martino Gamper nel 2025. Nella sua storia, Nina Yashar con la galleria Nilufar ha segnato, dettato, l’evoluzione del gusto delle persone e della ricerca dei designer. E dal 2015 con Nilufar Depot, passato e futuro si mescolano in un unico luogo. Può individuare alcune intuizioni clou, tappe che nel corso della sua carriera l’hanno portata a oggi?
Il mio percorso professionale è legato alla mia storia personale e culturale. Sono cresciuta in Iran, circondata da tessuti e oggetti artigianali di straordinaria bellezza, ed è stato proprio questo il mio primo contatto con l’arte e il design. Mio padre era un mercante di tappeti, e grazie a lui ho potuto avvicinarmi fin da subito a questo mondo. Pur essendomi trasferita in Italia all’età di sei anni, ho sempre mantenuto vive le mie radici, che ancora oggi rappresentano una fonte costante di ispirazione. La tappa da cui tutto ha indubbiamente avuto inizio è stata la fondazione nel ’79 della prima sede Nilufar in via Bigli a Milano, specializzata in tappeti antichi selezionati dall’attività di famiglia. Fin da subito sentii il desiderio di superare la semplice dimensione commerciale, proponendo mostre inedite come appunto La rosa nel tappeto, un’indagine sull’iconografia del fiore nei tappeti della mia collezione. Fu il mio primo approccio curatoriale e già conteneva in sé l’idea di unire contenuto e bellezza. Un momento altrettanto decisivo fu il viaggio in Svezia alla fine degli anni ’80. Lì scoprii l’essenzialità e il rigore del design scandinavo. Da quell’esperienza nacque la mostra Tappeti svedesi e mobili scandinavi del 1998, che introdusse per la prima volta l’accostamento tra tappeti e arredi nel mio spazio, un dialogo estetico e culturale allora del tutto inedito. Quell’intuizione segnò l’inizio di un linguaggio curatoriale che oggi definisce l’identità di Nilufar. Il trasferimento di Nilufar in via della Spiga ha accompagnato una fase di apertura verso il design contemporaneo. Ma è stato poi nel 2015 con l’apertura di Nilufar Depot che ho potuto dare piena forma alla mia visione, ovvero creare un luogo non solo espositivo, ma anche di esperienza, ricerca e confronto.
Un tempo erano ambiti gli arredi ottocenteschi, poi si è passati ai cimeli di famiglia del primo ‘900, il razionalismo ha sparigliato le carte e a me pare che gli anni 70-80 abbiano creato una cesura, Memphis e la “invenzione” dei designer ha portato le persone ad abbandonare l’antiquariato a favore di soluzioni più attuali. Poi c’è stato il boom dei vari Ponti, Buffa, Parisi… Che perdura, anche grazie ai pezzi che si possono ammirare e acquistare alla Galleria Nilufar e da Nilufar Depot. Ma oggi vedo anche una nuova attenzione per gli anni ’70 e ’80. Se il mio punto di vista regge, si tornerà mai alla passione per l’antiquariato e i tappeti antichi?
Credo che più che tornare indietro, oggi ci sia un desiderio di rilettura. Gli oggetti antichi non vengono più cercati solo per il loro valore storico, ma per la capacità di dialogare con il presente. I tappeti, ad esempio, stanno tornando con nuove interpretazioni, magari accostati a pezzi radicali o contemporanei. L’importante è il contesto, l’accostamento, la narrazione che si costruisce.
Tutto va molto veloce, a livello mondiale è un momento molto critico dal punto di vista geo-politico, climatico e di risorse, parlare di trend è ormai obsoleto. Nel prossimo futuro, quali arredi e oggetti alla gente piacerà mettersi nelle case?
In un momento così critico a livello globale, parlare di "trend” può effettivamente risultare limitante, se non addirittura fuori luogo. Più che rincorrere le mode del momento, credo che oggi, e ancor più nel prossimo futuro, le persone cerchino autenticità e significato. L’attenzione si sta spostando verso oggetti che raccontano una storia, che parlano di artigianalità, di tradizione reinterpretata in chiave contemporanea, di materiali che rispettano l’ambiente e le persone che li producono. C’è una riscoperta del fatto a mano, dell’unicità, del valore del tempo impiegato per creare un pezzo. È ciò che rende il design “collectible” e lo avvicina sempre più al mondo dell’arte. In questo senso, mi aspetto che gli arredi e gli oggetti che troveranno spazio nelle case non siano più semplicemente “belli”, ma capaci di instaurare un legame emotivo e culturale con chi li sceglie. Credo anche che cresceranno sempre di più le collaborazioni trasversali tra arte, moda e design. Oggi le persone desiderano esperienze ibride, contaminate, che vadano oltre il prodotto per diventare espressione di un pensiero. E Nilufar continuerà a essere uno spazio in cui queste visioni possono emergere, sperimentare, dialogare.
Si dice siano le gallerie a determinare spesso questi cambi di desideri. Concorda?
Sì, concordo, ma non da sole. Tutto parte dall’osservazione attenta del presente: capire cosa succede, quali segnali emergono nel mercato, nella cultura, nel design. Le gallerie hanno poi la possibilità di trasformare queste osservazioni in proposte concrete, assumendosi dei rischi e sperimentando linguaggi nuovi senza l’obbligo di produzioni in serie o grandi numeri. In questo senso diventano spazi privilegiati di ricerca e innovazione, capaci di anticipare gusti e desideri e di educare progressivamente il pubblico verso nuove forme estetiche e culturali.
Negli ultimi anni il suo focus si è spostato sul contemporaneo, Nilufar Depot è un crogiuolo di nuovi talenti, arrivare ad esporre da Nilufar è un'affermazione. Come sceglie i nuovi designer con cui collaborare, cosa ricerca in loro?
Scoprire nuovi talenti è una delle parti più stimolanti del mio lavoro. Non seguo un metodo preciso: ciò che guida le mie scelte è una combinazione di sensibilità, apertura e ascolto. A volte un progetto mi colpisce per caso, altre volte nasce da un incontro, da una conversazione, o persino da una suggestione letta su un libro. Negli ultimi anni, ricevo molte proposte direttamente da giovani creativi che conoscono la storia e l’identità di Nilufar. Questo scambio spontaneo mi arricchisce enormemente, perché mi consente di intercettare energie nuove, mantenendo comunque viva la mia attitudine alla ricerca. La selezione avviene sempre attraverso un filtro molto personale. Mi attraggono le visioni forti, le personalità capaci di portare avanti un linguaggio autonomo, con coerenza e coraggio. Che siano artisti emergenti o già affermati, ciò che mi interessa è la capacità di un designer di spingersi oltre la superficie, di interrogare la materia e di proporre qualcosa che sia, in qualche modo, necessario.
Il digitale ha cambiato molto anche l’immaginario del design, le forme, i colori, la disposizione degli interni. E l’intelligenza artificiale tocca profondamente il mondo domestico. Come gallerista, il virtuale la influenza in scelte ed estetiche? Penso ad alcune recenti mostre proprio da Nilufar Depot.
Il digitale ha certamente trasformato il nostro immaginario, e il design non fa eccezione. Colori, forme, modalità espressive, persino la disposizione degli interni: tutto è sempre più influenzato da un’estetica fluida e immateriale. Ma come gallerista e curatrice resto profondamente legata all'importanza del “fatto a mano” e del gesto artigianale. In un mondo sempre più virtuale, preservare il “gesto umano” è per me una forma di resistenza. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento interessante, anche stimolante sul piano concettuale, ma non potrà mai sostituire la complessità emotiva e sensoriale di un oggetto che porta l’impronta del tempo, dell’errore, della mano. Mi lascio incuriosire dalle estetiche digitali e ne riconosco il potenziale creativo, ma ciò che mi guida resta l'autenticità materica e narrativa di un progetto. Credo che proprio nella tensione tra fisico e virtuale si possano generare le forme più radicali e necessarie del design contemporaneo. Per questo apprezzo molto il lavoro di Christian Pellizzari con il vetro artistico di Murano, di Maximillian Marchesani, un artigiano della luce, le sperimentazioni di Andrea Mancuso, le resine di Objects Of Common Interest e, come si vedrà nei prossimi giorni, le performance di Martino Gamper, per citarne alcuni.
Come è nata l’idea del libro per l’anniversario e cosa ha provato a realizzarlo? Ha ricordi di momenti toccanti o divertenti di questi 10 anni che vuole raccontare?
L’idea del libro nasce dal desiderio di dare una forma concreta a questi primi dieci anni di Nilufar Depot, un progetto che è cresciuto anno dopo anno, trasformandosi in un vero crocevia di linguaggi, collaborazioni e sperimentazioni. È stato anche un modo per fermarsi un momento, guardarsi indietro e riflettere su tutto ciò che abbiamo costruito: le intuizioni, i rischi, le trasformazioni, i momenti felici e quelli complessi. La sfida più grande è stata selezionare cosa includere: in dieci anni si sono susseguiti centinaia di progetti, designer, mostre. Ma proprio questo processo di selezione mi ha permesso di rivivere le tappe fondamentali di un percorso in continua evoluzione. Realizzarlo è stato emozionante. Rivedere alcune immagini, rileggere testi, tornare con la memoria agli allestimenti, alle fatiche e alle scintille creative, ha riacceso anche tanti ricordi personali. Tra i progetti che porto nel cuore e che credo raccontino bene lo spirito del Depot, c’è sicuramente la mostra Lina Bo Bardi - Giancarlo Palanti, Studio d’Arte Palma del 2018: un lavoro che ha richiesto grande responsabilità storica e un approccio quasi museale, ma che ha restituito una potenza straordinaria. Silver Lining, dedicata al metallo e pensata per celebrare il decimo anniversario, è per me molto significativa: racchiude la mia passione per i materiali e il legame profondo che sento con il design materico degli anni ’70. E infine Poikilos – New Forms of Iridescence degli Objects of Common Interest del 2023, un progetto che mi ha profondamente colpita per la sua delicatezza visionaria e per il modo in cui riesce a spingersi oltre i confini del linguaggio formale. Sono tutte tappe che non hanno solo segnato la storia del Depot, ma anche la mia personale ricerca come gallerista e curatrice.
Lei che è una vera talent scouter, dove “va a pescare” i designer oggi, ma anche i maestri di ieri da rilanciare?
Oggi, come in passato, scovo designer attraverso viaggi, mostre, fiere, ma anche grazie a segnalazioni spontanee di giovani creativi che mi propongono i loro progetti. Questo scambio diretto è fondamentale perché mi permette di essere aggiornata su ciò che emerge davvero, non solo su ciò che è già mediatico. In parallelo, faccio affidamento su curatori, colleghi, progetti collettivi che esplorano confini meno battuti. Per esempio il progetto FAR, curato da Studio Vedèt, ha portato alla luce nomi come Audrey Large, Objects of Common Interest, Flavie Audi, Federico Peri, designer che mettono in gioco approcci nuovi, contaminazioni e materiali spesso inaspettati. Per quanto riguarda i “maestri di ieri”, invece, guardo sempre alla storia: spesso vedo che icone del design come Gio Ponti, Lina Bo Bardi, Carlo Mollino non sono solo figure da ammirare, ma fonti da rilanciare. Si può reinterpretare, riproporre progetti storici, incrociarli con il contemporaneo, farli dialogare con nuovi sguardi. Posso quindi concludere dicendo che vado dove la curiosità mi porta, ascolto chi ha qualcosa da dire davvero, guardo la storia con rispetto ma senza nostalgia, e cerco di dare spazio a chi ha il coraggio di innovare.
Cosa era il Depot prima che lo rilevasse?
Nilufar Depot era una fabbrica di argenteria. Inizialmente, l’idea era semplicemente quella di trovare un magazzino. Cercavo uno spazio ampio e funzionale dove custodire l’immensa quantità di pezzi raccolti negli anni. Ma tutto è cambiato il giorno in cui ho messo piede per la prima volta in via Lancetti. È stato un vero colpo di fulmine.
Ha dei pezzi che non vorrebbe mai vendere, amati in particolar modo?
Ci sono pezzi che, pur essendo parte della collezione, rappresentano molto più di un semplice oggetto. Penso ad esempio alla consolle disegnata da Gio Ponti per l’Hotel Parco dei Principi, una forma essenziale e allo stesso tempo carica di eleganza, che racchiude perfettamente la sua capacità di coniugare architettura e design. Oppure ai pezzi di Martino Gamper, in particolare al progetto 100 Chairs in 100 Days. La sua attitudine a rielaborare, smontare e ricomporre è qualcosa che sento molto vicino al mio modo di intendere il design come linguaggio in continuo movimento. Un’altra collezione che sento profondamente mia è Locus Solus di Gae Aulenti: un lavoro visionario sull’arredo da esterno, ancora oggi sorprendentemente attuale. L’abbiamo recentemente riportata in vita in una collaborazione con Métaphores, in occasione della Milano Design Week, creando un dialogo tra le forme di Aulenti e i tessuti d'autore dell’editore francese.
Dopo via della Spiga, Nilufar Depot, Venezia e presenze da New York a Mumbai, quale area geografica la interessa di più ora?
Oggi il mio interesse si rivolge con sempre maggiore attenzione a territori che stanno vivendo una vivace crescita nel mondo del design contemporaneo. L’Asia, con i suoi centri creativi in espansione, così come il Medio Oriente e il Sud America rappresentano nuovi scenari ricchi di fermento culturale e di innovazione. Parteciperemo infatti anche alla prima edizione di Nomad ad Abu Dhabi. Per questo motivo, stiamo anche ampliando la presenza di Nilufar Edition attraverso collaborazioni strategiche in tutto il mondo, da Stoccolma a Città del Messico, da Hong Kong a New York, creando una rete globale che valorizza la pluralità delle culture del progetto.
Se un arredo fosse una ricetta, quali sono gli ingredienti indispensabili?
Materia, visione, memoria, coraggio e tempo. Serve l’ingrediente della tradizione, ma anche la scintilla dell’innovazione. Il tutto condito con una dose generosa di autenticità e un pizzico di dissonanza.
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