A Venezia tutto è illusione, anche in casa. Il racconto della dimora veneziana di Luca Bombassei, la sintesi perfetta tra antico e contemporaneo

Al piano nobile di un antico palazzo sul Canal Grande, Luca Bombassei, nella lista degli AD100 2026, scopre il segreto della sintesi possibile tra tradizione e modernità, l’arte e la vita.

La casa di Luca Bombassei a Venezia, nella lista AD100 2026, è un manifesto di bellezza.

Venezia è diversa. Diversa da ogni altra città del mondo – «a certi turisti non piace perché è più sporca e faticosa di quella replica perfetta che c’è a Macao o a Las Vegas» – , diversa anche dall’idea stessa di Venezia che ci siamo fatti guardando le immagini dei film o leggendola sui libri. «Per noi che viviamo in città anonime, noi che prendiamo la macchina e andiamo a lavorare senza incontrare nessuno, qui il contatto umano è continuo e la dimensione urbana completamente diversa», dice l’architetto Luca Bombassei che, dopo aver abitato in una casa di famiglia alla Giudecca, oggi ha dimora nel cinquecentesco Palazzo Contarini Corfù, nato dall’unione di due edifici, con affaccio sul Canal Grande all’angolo con il canale di San Trovaso.

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Nel portego con due colonne in marmo rosso di Verona, divano Piaf e tavolino Dune di Draga & Aurel (entrambi Baxter). Lampadario di Seguso Vetri d’arte anni ’40. A sinistra Tree di Jimmie Durham, 2020 e, a destra, Parete blu, verso il cobalto di Ettore Spalletti, 1995.Foto Simon Watson. Styling Elena Mora. Produzione Amir Capogrossi Badreddine

Una vorticosa mescolanza di identità storica e l’intervento contemporaneo di arredi site-specific

Oltre 600 metri quadrati al secondo piano nobile, dimensione non inusuale in un palazzo veneziano, inondati dalla luce mutevole di un triplo affaccio e resi unici dalla vorticosa mescolanza di identità storica e l’intervento contemporaneo di arredi funzionali e site-specific, e arte. Eleggendo l’elasticità a ragione di vita, o di sopravvivenza, Bombassei ha accettato la lentezza imposta dalle calli strette e dall’acqua, ma non solo: «Dieci minuti di ritardo per un milanese sono un’anomalia, qui la normalità. Rallentando ho imparato a godere, a perdermi guardando le facciate dei palazzi, a scoprire, finalmente, il segreto della sintesi possibile tra l’antico e il contemporaneo e un modus vivendi», spiega.

Salone pareti in marmo semicolonne opera d'arte statua porta dipinto ovale
Nel living, La Musa dell’Archeologia piange, di Francesco Vezzoli, 2021, e Parete blu, verso il cobalto di Ettore Spalletti, 1995.Foto Simon Watson. Styling Elena Mora. Produzione Amir Capogrossi Badreddine

La casa di Luca Bombassei a Venezia celebra la disomogeneità e l’incoerenza

La disomogeneità e una certa incoerenza sono la cifra della casa – che è casa, ma anche esposizione –, oltre che la modalità del suo proprietario: quadrifore, portali, pavimenti in seminato, che portano la firma di chi li ha realizzati oltre cinque secoli fa, versus librerie in metallo su disegno che nascondono i corpi scaldanti, un po’ di Memphis, di Gae Aulenti e di Mangiarotti, molto Scarpa – autentico o suggerito –, lampade anni ’70 di un vecchio cinema romano, un Concetto spaziale rosa di Fontana nel bagno degli ospiti, una Musa inquietante di Francesco Vezzoli, un Baco da setola di Pino Pascali che oggi “cammina” nel salone ma domani chissà, perché per Bombassei l’arte è mobile, e continua a cambiare.

Salotto tappeto blu poltrone marroni e bianca libreria libri dipinti alla parete opere d'arte lampadario
Nel grande living, divano e due poltrone Cornaro di Carlo Scarpa per Simon Gavina, 1973. Librerie sospese in metallo disegnate da Bombassei. Tavolino Sarpi di Carlo Scarpa per Simon Gavina e tavolino di Luigi Caccia Dominioni per Azucena. Due lampadari di Seguso Vetri d’Arte anni ’40. Applique Foglio di Tobia Scarpa (Flos). Lampada da tavolo Mezzo oracolo di Gae Aulenti (Artemide). Pannelli in legno laccato a mano del 1890 con i ritratti dei procuratori di Venezia (1700). Sul tavolino, White Ceramic Head di Vanessa Beecroft, 2015. Alle pareti, Life of Forms di Nathlie Provosty, 2017. Parete blu, verso il cobalto di Ettore Spalletti, 1995. Capriccio architettonico con rovine classiche del Canaletto, 1723. Nocturno di Sandra Vásquez de la Horra, 2022. In fondo, La Musa dell’Archeologia piange di Francesco Vezzoli, 2021, e Tree di Jimmie Durham, 2020. A terra, Baco da setola di Pino Pascali, 1968.Foto Simon Watson. Styling Elena Mora. Produzione Amir Capogrossi Badreddine

«Sulle pareti, se guardi bene, ci sono sempre dei chiodi, perché a seconda dell’umore, e di ciò che arriva, i pezzi variano. Colleziono arte, perché mi dà energia, stimoli. È il mio parametro di riferimento per la bellezza. E quindi la colleziono a prescindere dal posto in cui la metterò. Qui non c’è niente che sia nato appositamente per questa casa». Neppure il Capriccio del Canaletto nel salone, un medley delle architetture di tutta Italia, probabilmente, Padova, Roma eccetera. «Di riconoscibile c’è, unico riferimento veneziano, la Marciana. Ma Canaletto, che forse era in lite con la biblioteca, ci mette una lavandaia che stende i panni. Una piccola vendetta che trovo molto divertente», racconta Bombassei. A fare da contrappunto all’opera del vedutista, un’altra non figurativa, un layer di colore totalmente nero di Nathlie Provosty che dà l’illusione di tridimensionalità. Illusione, parola in cui Venezia sta a proprio agio. E con lei i suoi abitanti.

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Come progettare una cucina a regola d’arte. Sull’isola della cucina in legno, ottone e marmo su disegno di Bombassei, lampada Capanna di luce di Ettore Sottsass. Sospensione Poliedri di Carlo Scarpa (Venini, anni ’50).Foto Simon Watson. Styling Elena Mora. Produzione Amir Capogrossi Badreddine

Un progetto che ha riportato il palazzo allo stato originario

«L’ultimo rimaneggiamento importante della casa era stato fatto negli anni ’50 da un’americana che aveva comprato il palazzo dai Contarini: il portego, per esempio, era diviso da una parete per avere due situazioni, una zona pranzo e una salotto», racconta Bombassei. «Con la Sovrintendenza ho cercato di riportare tutto allo stato originario, demolendo superfetazioni, cambiando i rivestimenti delle pareti ma lasciando le pannellature ottocentesche e portando alla luce tracce di affreschi cinquecenteschi, scale interrotte, insomma 500 anni di storia... Il pavimento in seminato è quello originale: praticamente esiste da più tempo della scoperta dell’America. Sono questi parametri temporali che ti fanno capire che cos’è, veramente, Venezia».

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L’architetto e collezionista Luca Bombassei. Sulla consolle Quaderna di Superstudio (Zanotta), Goburam e vaso serie Tosca di Venini. Lampada da terra Toio di Achille e Pier Giacomo Castiglioni (Flos).Foto Jacopo Salvi

Dalla giustapposizione dei due palazzi originali è nato un grande portego anomalo, che però ha permesso alla casa di avere molte più finestre verso la luce, e uno spazio centrale e vivibile su cui insistono le diverse stanze e funzioni dell’appartamento. A destra la zona pubblica, a sinistra quella privata, con una serie di camere a cui si accede dalle porte originali restaurate. «Quando sono entrato la prima volta c’era una porta murata dove ora c’è l’accesso a una delle stanze. L’ho riaperta, in dialogo con le altre, eliminando il corridoio e moltiplicando gli assi visivi». Che, in uno dei bagni, sfruttano il riflesso del soffitto di specchi per un’immagine sovvertita di Venezia: si vede l’acqua del canale guardando all’insù. Illusione e verità.

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