La casa di Luca Bombassei a Venezia, nella lista AD100 2026, è un manifesto di bellezza.
Venezia è diversa. Diversa da ogni altra città del mondo – «a certi turisti non piace perché è più sporca e faticosa di quella replica perfetta che c’è a Macao o a Las Vegas» – , diversa anche dall’idea stessa di Venezia che ci siamo fatti guardando le immagini dei film o leggendola sui libri. «Per noi che viviamo in città anonime, noi che prendiamo la macchina e andiamo a lavorare senza incontrare nessuno, qui il contatto umano è continuo e la dimensione urbana completamente diversa», dice l’architetto Luca Bombassei che, dopo aver abitato in una casa di famiglia alla Giudecca, oggi ha dimora nel cinquecentesco Palazzo Contarini Corfù, nato dall’unione di due edifici, con affaccio sul Canal Grande all’angolo con il canale di San Trovaso.
Una vorticosa mescolanza di identità storica e l’intervento contemporaneo di arredi site-specific
Oltre 600 metri quadrati al secondo piano nobile, dimensione non inusuale in un palazzo veneziano, inondati dalla luce mutevole di un triplo affaccio e resi unici dalla vorticosa mescolanza di identità storica e l’intervento contemporaneo di arredi funzionali e site-specific, e arte. Eleggendo l’elasticità a ragione di vita, o di sopravvivenza, Bombassei ha accettato la lentezza imposta dalle calli strette e dall’acqua, ma non solo: «Dieci minuti di ritardo per un milanese sono un’anomalia, qui la normalità. Rallentando ho imparato a godere, a perdermi guardando le facciate dei palazzi, a scoprire, finalmente, il segreto della sintesi possibile tra l’antico e il contemporaneo e un modus vivendi», spiega.
La casa di Luca Bombassei a Venezia celebra la disomogeneità e l’incoerenza
La disomogeneità e una certa incoerenza sono la cifra della casa – che è casa, ma anche esposizione –, oltre che la modalità del suo proprietario: quadrifore, portali, pavimenti in seminato, che portano la firma di chi li ha realizzati oltre cinque secoli fa, versus librerie in metallo su disegno che nascondono i corpi scaldanti, un po’ di Memphis, di Gae Aulenti e di Mangiarotti, molto Scarpa – autentico o suggerito –, lampade anni ’70 di un vecchio cinema romano, un Concetto spaziale rosa di Fontana nel bagno degli ospiti, una Musa inquietante di Francesco Vezzoli, un Baco da setola di Pino Pascali che oggi “cammina” nel salone ma domani chissà, perché per Bombassei l’arte è mobile, e continua a cambiare.
«Sulle pareti, se guardi bene, ci sono sempre dei chiodi, perché a seconda dell’umore, e di ciò che arriva, i pezzi variano. Colleziono arte, perché mi dà energia, stimoli. È il mio parametro di riferimento per la bellezza. E quindi la colleziono a prescindere dal posto in cui la metterò. Qui non c’è niente che sia nato appositamente per questa casa». Neppure il Capriccio del Canaletto nel salone, un medley delle architetture di tutta Italia, probabilmente, Padova, Roma eccetera. «Di riconoscibile c’è, unico riferimento veneziano, la Marciana. Ma Canaletto, che forse era in lite con la biblioteca, ci mette una lavandaia che stende i panni. Una piccola vendetta che trovo molto divertente», racconta Bombassei. A fare da contrappunto all’opera del vedutista, un’altra non figurativa, un layer di colore totalmente nero di Nathlie Provosty che dà l’illusione di tridimensionalità. Illusione, parola in cui Venezia sta a proprio agio. E con lei i suoi abitanti.
Un progetto che ha riportato il palazzo allo stato originario
«L’ultimo rimaneggiamento importante della casa era stato fatto negli anni ’50 da un’americana che aveva comprato il palazzo dai Contarini: il portego, per esempio, era diviso da una parete per avere due situazioni, una zona pranzo e una salotto», racconta Bombassei. «Con la Sovrintendenza ho cercato di riportare tutto allo stato originario, demolendo superfetazioni, cambiando i rivestimenti delle pareti ma lasciando le pannellature ottocentesche e portando alla luce tracce di affreschi cinquecenteschi, scale interrotte, insomma 500 anni di storia... Il pavimento in seminato è quello originale: praticamente esiste da più tempo della scoperta dell’America. Sono questi parametri temporali che ti fanno capire che cos’è, veramente, Venezia».
Dalla giustapposizione dei due palazzi originali è nato un grande portego anomalo, che però ha permesso alla casa di avere molte più finestre verso la luce, e uno spazio centrale e vivibile su cui insistono le diverse stanze e funzioni dell’appartamento. A destra la zona pubblica, a sinistra quella privata, con una serie di camere a cui si accede dalle porte originali restaurate. «Quando sono entrato la prima volta c’era una porta murata dove ora c’è l’accesso a una delle stanze. L’ho riaperta, in dialogo con le altre, eliminando il corridoio e moltiplicando gli assi visivi». Che, in uno dei bagni, sfruttano il riflesso del soffitto di specchi per un’immagine sovvertita di Venezia: si vede l’acqua del canale guardando all’insù. Illusione e verità.
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